

Trafiggermi di stelle
più non colma.
Il madido dolore della pioggia
puntella il viale ad olmi alterni
e io conto la distanza esatta
come l'abisso dei miei anni ai tuoi.
Consuma lento, di brace
baritono silenzio
e quell'attenderti vano
dentro una vena che ansima amore.
E' notte di streghe
nei viali neroarancio si sperde
il lutto dell'alba.
A.M. 31.10.2009©
Era sul Filorosso, torneo dell'estate, su incipit di T.S.Eliot "Ho misurato la mia vita a cucchiaini di caffè".
Scritto a quattromani con Nemesiana.

La porcellana era di quella scadente, scarto di qualche servizio rivenduto al mercato nero a qualche spicciolo. Lo smalto bianco era scrostato, lì dove il manico lasciava intravvedere una terracotta porosa.
L’uomo sorseggiò piano il liquido scuro e il forte aroma penetrò dalle narici.
Riaprì gli occhi, la piega grave delle palpebre gravava sul taglio azzurro dell’iride al riparo della montatura importante, da professore; posò la tazzina vuota sul piattino, il tintinnio breve della porcellana fece eco al cucchiaino che sobbalzò per la sorpresa.
Di fronte a lui era seduto un uomo sulla cinquantina, vestiva un’espressione attenta e rispettoso silenzio.
Don Raffaele rimase assorto nei pensieri, studiava con meticolosa quanto assurda attenzione i percorsi del manico, il ricciolo statico che curvava verso il basso, il bordo liscio e appena bombato della tazzina macchiata di scuro, lì dove si erano poggiate le labbra.
“Avesse avuto traccia di rossetto, quello che portava Ninì la sera della processione di S. Gennaro, avrei creduto per un attimo di baciarla ancora: la frenesia di quelle scarpe rubate a mammà a diciassette anni, per i vicoli dei quartieri spagnoli…
Ah! Ninnina mia come scappava in quella gonna a fiori rossi, accorciata da Marietta la sarta. La notte di S. Gennaro quei vicoli osannavano.
Avesse avuto suono di campana, ‘sto cucchiaino tutto stuort, non avrei visto l’ora di ritornare pure chierichetto a Santa Chiara, chè mammà voleva facessi la comunione tutti i giorni.
La colazione da noi era solo il profumo del caffè e le urla roboanti di Don Gualtiero.
Don Gualtiero era nu Maestro: obbligava Annarè sua a scendere fino alla fontanella in piazza: - “L’acqua dev’issere chell’ o Vesuvio”.
Ah! L’intransigenza di Don Gualtiero, n’omme che non usciva di casa senza la brillantina tirata a pettine stritto stritto, n’omme che tutti sapevano che faceva ‘e lavoro, tranne che Isso. Come si batteva il petto Don Gualtiero: i suoi mea culpa al terzo banco risuonavano sordi e potenti.
Ma chill’occhi di Ninì… Azzurri come di giugno il cielo a Sorrento, chill’occhi nun se scordano…
Quando mio padre morì, avevo dodici anni. Quel giorno mia madre mi disse solo “gira Felì, gira la manovella” ed ogni chicco sotto il macinino di papà buonanima piangeva le lacrime che mammà non riusciva. Seduti, io e lei a nu tavolo sgarrupato, bevvi il primo caffè: ero diventato n’omm e nun saccio ancora comm.
Il cielo dei Quartieri veste sempre stretto a chi ha bisogno d’aria, i vicoli a notte li conoscevo palmo a palmo, eppure ero nu re senza corona e le pezze al culo pesavano come piombo ai miei anni che scalpitavano.
Diciotto… Venti… e nun ero che nisciuno mischiato a niente.
Poi un bel giorno qualcuno ti mette in mano una pistola, che ancora cerchi intorno chi sia stato, e fai fuoco due, tre, dieci volte addosso a nu povero cristo che nemmeno sai chi sia.
E ti prendi le pacche sulle spalle e i baci in bocca, perché sì stato bravo, sì nu guaglione apposto mò che hai risolto l’impiccio a quel sant’uomo di Don Gualtiero.
Di sant’uomini e mammasantissima ho scaffali interi, pieni di nomi e cifre che andavano a gonfiare le mie tasche.
“Don Raffaè….” – pronunciavano il mio nome melliflui – “…pigliateve ‘o cafè” .
E quei cucchiaini sonanti non rassomigliavano mai alle campane di Santa Chiara.
“Don Raffaè… Ci volete lo zucchero?”
Stabilivo io i cucchiaini: se ne bastava uno, altrimenti due, o lo prendevo amaro il caffè per quel giorno, così… per fare un piacere a Don Ferdinando ‘o nasone .
Muort acciso anch’iss.
Mò non andavo più per i Quartieri con le pezze al culo, ma giravo comme a nu signore e il culo lo avevo messo sopra ad una quattro ruote rossa fiammante tirata a lucido come la brillantina di Don Gualtiero. Era tanto ingombrante che nemmeno passava per certe strade stritte come i fianchi di Rosa; faciva tanto spavento e rummore che le donne tiravano rìnto a casa gli scugnizzi insieme ai loro pidocchi.
Mi ero fatto fare un doppiopetto scuro, al dito portavo ‘n aniello che pesava quanto la mano… Nu brillante gruosso come la cupola di San Gennaro stive ‘n miezo, allora come adesso che è consumato dai baci ossequiosi dei ‘capintesta’ e le bave impaurite dei condannati a morte.
Quelli sì che erano tempi! Dove ancora il rispetto aveva un peso e uno sgarro un prezzo.
Mò i tariffari sono cambiati o forse nun ce ne stanno cchiù, chè tanto chi fa la voce grossa avanza senza grado e famiglia finchè ne trova uno cchiù pesante ‘e iss.
“Barattoli” e “Sbruffi” hanno cambiato nome, anche Scampia e Sanità nun sono cchiù ch’ille ‘e na vota…
Mi piacerebbe tornarci, ma com’ero da guagliuncello, con la faccia sporca e le mani pulite.
La casa mia… Quattro tavole appena, mise ‘ncopp o viento…
Credo sia chiusa da quel giorno come le braccia in croce di mia madre.
Eh sì… mio caro Totò: qualcuno ci mise troppo zucchero inta a tazzulella chilla vota…
E di braccia in croce ne ho viste tante e tante ne ho messe.
Qualche volta avrei voluto non farlo.
Io volevo bene a Peppiniello, camminava al mio fianco dai tempi delle pezze al culo; camminava trascinandosi dietro una gamba inservibile: dopo che aveva alzato il tiro contro Fefè ‘o malamente, gli avevano scaraventato sopra due balate di cemento e sbattuto come un animale al macello la testa contro la saracinesca della carnezzeria finché non lo avevano creduto morto.
Ma morto non era e io sapevo che prima o poi mi avrebbero offerto quel caffè.
Sbagli una volta e sì futtuto. E Peppiniello aveva sbagliato.
“Don Raffaè… Pigliateve o cafè…”
Avrei voluto dire di no, invece avevo già la mano sul cucchiaino: affondava, mescolava, tirava su la sua modesta quantità, riaffondava…
Dopo, in genere, mi sentivo meglio: ritemprato nella fibra dalla caffeina o solo rigenerato nella mente da quel rito sempre uguale dove o si è polvere o liquido.
Non questa volta.
Perché in quel letto, sfatto dalla calura, insieme a Peppiniello ci trovai Ninnina mia.
Ma io sono un uomo d’onore e feci quello che doveva essere fatto.
E mò… conto lo spazio di questa cella coi cucchiaini, così m’appare tanta; qualche volta si ferma Pasquale ‘o brigadiere, tutto ‘ncruvattato comme nu schiattamuort, sudato che nemmeno al quindici d’agosto anche se fuori nevica, s’allarga il nodo chè qui può rilassarsi e mi racconta di fuori.
Mi racconta dei suoi sei figli: tre disoccupati, due femmine da sposare e l’ultimo, piccerello ancora.
Di quella santa donna di sua moglie… Nemmeno si ricorda d’averla mai vista senza quel grembiule a fiori sulla pancia, colma come la luna piena a Posillipo.
Eh, pover’uomo…! Vedi quanto si paga l’onestà? Si paga con la fame, con la disoccupazione, con l’ingiustizia di uno Stato assente.
Caro Totò… Il Sud è letale come i vapori del Vesuvio la notte di Ercolano, si spara ogni giorno e ogni giorno si schiatta; mò che guardo il cielo a quadri mi è sopportabile anche quell’ultimo sparo.
Tanto chi sta dentro si prende la croce sua e quella degli altri e si passa pure lu capriccio di raccontare chell’ che è stato senza scuorno né paura .
E poi Totò - detto tra galantuomini - me mette cchiù paura a capa ‘e pezza.”
Il rumore pesante della porta si abbattè dietro le spalle del giudice Salvatore D’Aquino, accompagnato dallo strazio delle cerniere senz’olio dei cardini e dal tintinnare in coro delle chiavi.
Non una parola aveva sottolineato il commiato tra i due.
Don Raffaele rimase seduto ad ascoltare i passi che si allontanavano lungo il corridoio, poi il cigolare del cancello, poi un altro ancora, sempre più lontano…
Il cucchiaino mosso dalla sua mano pesante non aveva smesso di battere un ritmo lento contro la tazzina vuota.
“Ciro..!”
Dallo spioncino si affacciò solerte un viso giovane: “Comandate Don Raffaè…”
“Piccerè, famme ‘o piacere… Hai visto quell’uomo che è uscito da qui..? Raccomanda che non gli accada nulla.”
“Sissignore!” – lo spioncino si richiuse.
“Ciro!” tuonò ancora l’interno.
“Comandate Don Raffaè.”
“Chill cafè ca m’haje purtato… era ‘na vera schifezza, parola d’onore…! E mò vattenn, và!”
A.M.©
Tutti i diritti riservati

“Forse dovrei ancora tacermi
- schiusa d’ampolla -
nel fremere d’ are
ch’attendono
A me non resta
che d’incanto il non sapermi
sgranata luna
che dondola in sorte.”
Contea di Nottingham – Anno del Signore 1431
Il bagliore dei roghi profanava il nero della notte, inequivocabile il grido ch’esalavano le pire, quasi una doglia finale, espulsiva, lacerante e liberatoria.
Intorno era una melma disuguale che s’agitava attonita come davanti alle forze della natura, omogenea nei tessuti laceri e nel lordume che nascondeva i tratti del volto.
Polvere e fumo riempivano le rughe dei fortunati, mescolandosi alla vita passata, illudevano d’altrettanta buona sorte chi ancora di tempi da raccontare ne contava pochi; dinnanzi allo scempio e al monito stavano gli eletti, in toga d’ebano, stolti nel godimento del supplizio inferto.
Negli occhi increduli, preda dello spavento, s’agitava la paura dei disarmati e dei deboli; le unghie stremavano il tessuto colpevole della coscienza, aggrappandosi al carro del più forte, accettando la sua legge come fosse l’unica giusta e possibile.
Tra questi occhi i suoi, che un tempo avevano goduto del nettare prezioso che stava per andare in fumo. Le orecchie protese a cogliere l’ultimo flebile lamento, l’indicazione estrema per non dimenticare.
“Ego te incanto ad honorem Dei de serpe, de scorpion, de tarantual,de scorfano, de lupo et de cane rabioso”
Continuava a sibilare quasi tra sé e ogni sillaba si sperdeva con l’odore acre del fumo e delle stoppie.
Era come se il tempo si fosse fermato, le immagini cristallizzate e rinchiuse sotto vetro, come in uno di quei sortilegi stregati cui aveva assistito in altre notti.
Non un lamento, non una parola, il bianco deturpato delle vesti di lei, venato dal corvino acceso dei suoi capelli, divenne indistinguibile, avvolto dalle fiamme, poi dal fumo, poi più nulla…
Fu mattina in men che non si dica, tornò non si sa bene per quale ragione, come raminga cagna che s’aggira tra i rifiuti in cerca di cibo.
Dell’animale egli aveva il fiuto e le ossa in fuori delle costole; smagrito, il petto lasciava quasi vedere il battito cardiaco, debole e rassegnato.
Non trovò che una corda tagliata di netto, bruciata in più parti, annerita dal fumo che ancora echeggiava dalla pira spenta.
Leeds – Yorkshire 1999
Morgana sceglieva sempre i suoi abiti un attimo prima di uscire di casa.
A nulla servivano i bonari rimproveri della vecchia nonna Rosmunde:
“- Farai tardi al lavoro, tanto per cambiare…! “
Le urlava dietro sempre meno incisiva, sempre meno convinta, pronta a riversare immediatamente dopo gli occhi sui petali di rosa che stava dipingendo. Acuminati bagliori di perla erano nota saliente del suo sguardo, sebbene antico, ancora vivido e imperscrutabile. Aveva un qualcosa di indefinibile quando si poggiava sulle cose intorno; quasi sfiorandole sembrava decodificarne la storia e raccontarla in un sorriso vago.
I capelli di neve stavano raccolti in crocchia, trattenuti da crudeli forcine d’osso.
Dita ossute pennellavano con precisione le sfumature gualcite, striavano di viola un oro pallido e cangiante; in pausa indovinavano il filtro della sigaretta poggiata a fumare su un piattino di ceramica, con studiata lentezza la portavano alla bocca perfettamente laccata di cosmetico e aspiravano a memoria la boccata di fumo, come di rito seguita da una smorfia di disappunto per quel vizio di cui non riusciva a fare a meno.
Morgana era il suo bene prezioso.
L’aveva allevata come fosse sua figlia quando sua figlia se n’era andata per sempre, uccisa da un bicchiere di troppo e da un errore fatale mentre era alla guida della sua automobile.
Aveva venduto tutto, tenuto con sé la nipote e scelto di vivere in una vecchia dimora della campagna inglese.
Lì coltivava i suoi fiori e li dipingeva con cura e precisione maniacale.
Non aveva che due amori, Rosmunde: Morgana e le rose.
E quelle spine che entrambe le regalavano.
Era notte fonda quando il cellulare di Morgana squillò insistentemente, vibrò fino a cadere dal comodino, petulante e ossessivo.
Morgana allungò a tentoni il braccio e lo raccolse, ma il telefono ricadde aperto sul tappeto della camera pochi istanti dopo. Una bocca spalancata sul nulla, insignificante e stupida.
Dall’altro capo del filo una voce maschile e roca continuava a gracchiare al vento ma Morgana era già fuori, correva veloce verso casa della nonna.
Non potè che assistere alla terribile visione del fuoco e a nulla valsero le sue urla disperate; due braccia forti la trattenevano impedendole di avanzare oltre i nastri di sicurezza.
Le luci del mattino rivelarono un paesaggio lunare: la casa della nonna era un cumulo di macerie fumanti, le fiamme – spiegava un cronista brandendo l’arma impropria di un microfono – si erano probabilmente sprigionate a causa di una sigaretta lasciata bruciare accanto a oli o altre sostanze combustibili.
Quando le fu concesso si avvicinò ai legni anneriti, a quel che restava del cottage; si aggirava raminga, mossa da un istinto atavico e senza apparente senso, sperando di trovare l’eredità di un brandello scampato alla morte.
Non trovò che un cavalletto , ancora sulle sue gambe.
La tela era quasi del tutto annerita dal fumo ma miracolosamente salva.
Al centro, quasi sbucassero dal nulla, i petali gualciti di una rosa…l’oro pallido si percepiva ancora, striato da sottili e precise pennellate viola.
Morgana sfiorò con le dita la tela che le stava davanti, non si chiese dove fosse Rosmunde ma un bagliore antico, come di perla, le attraversò lo sguardo …e un sorriso vago le spiegò la verità delle cose.
A.M.Luglio 2009©
<era sul FiloRosso, torneo di Luglio: "Non finita finchè non è finita" - Yogi Berra>

San Giorgio Maggiore
Dalla riva dei mercanti salpa
quell'occhio a perdita
rimasto fisso all'architrave di San Giorgio.
Vibra una corda antica
nel viola del glicine a Santa Croce.
Ed io, regnante senza regno
in amore sulla lavanda dei fiori
a leggerne la storia muta.
Ed era estate in quel ronzare
dei marmi lucidi di sole,
nel molle miele del meriggio di luce,
nelle ali d'oro dei raggi
imbrigliati in una rete di ciglia
in pianto.
Ed era estate, come adesso
nelle spighe che pungono il cuore,
un anelito strambo
nella misurata pazienza della tua voce
che manca.
Che perde un battito.
E manca.
Lasciatemi adesso scivolare
dentro quel ricordo, fino a morirne.
Un poco io resto
o forse son rimasta
da allora, a pendere
appesa a testa in giù da quella sponda.
A.M. 26 Luglio 2009©
Smile though your heart is aching
Smile, even though it's breaking
When there are clouds in the sky
You'll get by...
If you smile

Addio Jacko
adesso camminerai sulla Luna

“E’ tempo d’acqua
mentre assolvo l’assenza
nell’annaspare quieto di due ali.
Muta lo sciabordare lento,
increspa appena il chiostro
del meriggio.
Una ruga di latte imbianca
i miei occhi che cercano.”
(Garlate 12.09.08 ) A. M.©
Dicevi di starmi in una piega, nel ciglio nascosto alle mani, nei grovigli di fiato soffiati come ostro sulle messi.
Parlavi di noi come si fa delle cose infinite e di quelle che si perdono nella lunghezza insostenibile della parola amore, così difficile da pronunciare con il suo carico di cose grandi.
Avevi il senso della leggerezza posato sulle labbra ogni volta che pronunciavano il mio nome, nastri di poesia annodati alle vene, mani aperte e un lutto perenne a rivestire le pareti del cuore; e tutto era sospeso, emozionante come un tesoro mai avuto, disarmante nella semplicità del dire, quando con le dita toccavo il tuo profondo taciuto fino a restare senza fiato.
Incollata alla frenesia delle dita che scrivono, al dettato dell'anima che spiove come un sasso da un cielo fatto a pezzi dal silenzio, resta l'immagine di ciò che eri.
Posso raccontarti di come il tempo si dilati a dismisura davanti al morire della luce, di come sia sempre tempo d'agosto, bevuto dagli ulivi di terre lontane; del frinire sfinito sul tessuto estivo di rade nuvole, di pensieri assolati trasfusi in pagine, tra foglie di menta e basilico, nelle pozze degli occhi colme d'immagini minuziosamente regalate, nei momenti soli in cui il tutto diventava niente e il poco riempiva l'attimo.
Ed io lo so che tutto questo non serve, che nulla spegne e tutto al suono si riaccende.
Così come ho profondo innesto un cuore verde, di provenza che culla i sogni d'edera, che colora e tace e tutto ha di me e tutto merita.
E il tempo sfina di nero i fianchi anche al ricordo, sino a tacere quell'ultima parte mai scritta.
Eppure è così difficile fuggire via dalla magia di te. Ed io lo so.
Non morirai nemmeno se ti uccido.

Affiora. Il battito cobalto su fondo crema, esplora il sonno, sveglia intorpidito lemma.
Cosa tace in fondo al silenzio? Cosa ancora...? Sento, oltrepasso il buio, decodifico con le dita i suoni...so che c'è.
Che non mi ha lasciato.
Ma tu dov'eri mentre respiravo il vuoto della notte? Quando aggrappavo segni di parole ad un lenzuolo bianco sopra il viso; grondavo la fatica della pioggia, franavo di scogliere privilegiate agli occhi, scoscesa in un breviario di sassi e spine, inarrestabile nel fosso e nella polvere, l'inerzia.
Ti fermi mai? Ti fermi ad ascoltare l'odore del silenzio che dissimula la pelle...?
E sfiori mai quell'angolo distratto sopra al cuore dove tutto è stato, diamante perso nel castone duro di colpe mai avute.
Ho cercato il tuo nome, d'orma crollata al senno, ho continuato consumandomi i gomiti, sacrificando la tirannia del sole a sillabe nascoste dentro i pugni chiusi.
Sbalza dalla creta la rabbia verticale , spende gli ultimi roghi ed uno sprazzo d'iride, eppure stenta la parola, nella prigionia del verso goccia a goccia, nel corrodere stanco l'ultimo intonaco della pelle: è nudo il muro, come il cuore, che si scuoia sulla dannazione dei mancati poeti.
Alghe notturne mosse da un mare invisibile, i tuoi capelli votati ad altro canto.
In lontananza tace Venere, trasparente e lucida come acino d'uva privato della pelle.
E questo vento immobile che impara l'ozio sul cuore.

Era oltre,
quando oscillavo nude parole
sul velluto della tua bocca
l’anima, corda tesa al baratro
e funamboli presagi sulle punte.
Nelle rughe piene di verbi del mio viso
la melodia della tua assenza,
eredità di passite rose.
Architettura ignota ancora adesso
quel mio saperti tacere
quando è tuo l’idioma delle vene,
ciò che è stato voce e silenzio
tremare e vincere la vita.
Ti mostri nel disegno di Venere
nella sua schiena nuda
che si espande.
Il cielo a spiovere grandine di versi
in quelle sillabe umide e sfinite.
Inutile infinito: di te non avrò
che l’orma inesorabile del vento.
Mi accadi prepotente
nelle confidenze del silenzio
nel rammendo
alla stagione che ostina mussole di spuma.
Circonferenze mute e indelebili
del tempo nostro
fiero
di questa morte lenta.
A.M. Giugno 2009 ©
“Di tutto quello che non so
di tutto quello che non ho…“
Greta discese i gradini in pietra che portavano al giardino; quella primavera sembrava non volesse finire mai; assuefatta ai muri bianchi che delimitavano il vialetto, una fitta grana di edera smagliava di un verde cupo i raggi mattutini.
Il terreno alternava la compattezza del verde, le siepi di mortella, gli alberi di acacia, al sorprendente e irregolare trionfo della verbena e all’opulenza dei gerani che pendevano tronfi da bocche di terracotta sparse ovunque.
Il bosso contornava chiazze monocromatiche dove le ortensie sovrapponevano le sfumature alla bellezza protocollare delle rose. Accanto ai muri secolari della casa, due magnolie, giganti guardiani dai fiori immacolati e oleosi, esalavano il loro profumo alle finestre in attesa.
L’aria frizzante del mattino aveva il sapore fresco della rugiada, Greta lo masticava insieme al silenzio interrotto dall’allegro guaire di Sindy, mentre impertinente zefiro le danzava tra le pieghe leggere del vestito: una palandrana bianca che nascondeva ogni curva e mortificava la sua figura alta e seducente; le lunghe corvine chiome erano al riparo della larga tesa di paglia color crema, raccolte in un laccio di cuoio che nulla toglieva alla lunghezza.
Socchiuse le palpebre, ferite dall’invadente luce, e lasciò che l’odore pungente della menta rinfrancasse i suoi pensieri dai sogni della notte.
Stringeva tra le dita una carpetta blu, anonima e usurata agli angoli; contrastava amabilmente con la pelle diafana il cui unico vezzo, esaltato dalla laccatura perfetta e rosso cupo delle unghie, strideva con la semplicità che l’accostamento cromatico suggeriva.
Temeva quell’incontro.
Lo aveva evitato finchè aveva potuto; tuttavia il ricordo di quella tempesta, tormentava i suoi equilibrismi ogni volta.
Adesso era sola, perfetta dentro la sua solitudine.
Protetta e incassata tra le barriere immaginarie del giardino, le sembrò il momento migliore per ricevere i fantasmi.
La vecchia panchina di pietra sembrava attenderla; di fianco, il tavolino in ferro battuto occhieggiava torvo alla ruggine incombente, il piano era vestito da una tovaglia di lino, finemente ricamata, base gentile alla caraffa in vetro che conteneva il succo d’arancia. Accanto un vassoio di concavo argento lasciava intravedere la colazione paffuta e spolverata di candido zucchero a velo. Un solido merletto di pregiata porcellana accoglieva i quadrelli di burro e le marmellate fatte in casa: un’aiuola appetibile, contornata dal disegno di fragole mature e zagare in fiore.
Sollevò il lembo blu della carpetta e fu come sollevare un sudario dai pensieri; indietreggiò quasi, illudendosi che la sua presbiopia la costringesse ad allontanare quel foglio, pesante come piombo. Si sentì d’improvviso inghiottita da quelle pagine fitte, scritte con una grafia elegante, d’altri tempi, regolare e perfetta.
Inglobata nella prepotenza olfattiva dei ricordi, le sembrò quasi di scriverle lei quelle parole e di non essere più dov’era, trasportata oltre il tempo, con le caviglie immerse in un tramonto di nuvole rosa.
Immaginò quella terrazza dove non era mai stata, nido di mille attenzioni alla sua assenza, culla di tante pagine, scritte per lei soltanto. La immaginò ricca di sole , ombreggiata da una tenda a righe gialle, abitata da terrecotte sparse, colme di fiori, e da un viavai di appunti casuali; le sembrò quasi di vederle quelle mani, convulse quasi stenografassero i vezzi di un dio minore e confuse al profumo intenso delle foglie di basilico e delle erbe aromatiche: si muovevano su fogli improvvisati, come animate da una volontà azzurra e sconosciuta.
Parole in riga, ordinate come soldatini, o infilate come perle perfette a un unico filo, si dipanavano autonome sotto i suoi occhi. Greta non sapeva ormai chi fosse stato a scriverle e chi a leggerle, sentiva soltanto l’odore di viole giungerle da chissà dove…
Poi… veloce, rapido come un respiro arrivò il suo demone, e lei si sentì preda nella tela di ragno. Avvolta da bave di seta, nere come la notte, amò tornare invisibile dentro un filamento di poesia.
Fu un attimo appena, ma bastò a riempirla e svuotarla.
Sgranò tutto il latte dei suoi occhi, costringendolo in un cono di luce impaurito; allargò il suo cielo possibile sulle parole che adesso galleggiavano sul foglio: si tenevano per mano nel loro ordine insopportabile e tutte erano da bere…
”Ciao Tesoro.
Ha perso voce quel che di te scorreva, assorto in un limbo senza nome e tu hai il volto della cera, esangue, al primo battito di sole.
E’ un annaspare vivido e contratto, come d’enorme volo e dispiegate ali, le piume in asfissia sbattono l’apice contro vetri ostili e gli occhi respirano e affogano dentro la fermezza di una torre di ghiaccio.
Quest’aria che manca è epilogo o condizione arresa, cianosi che non chiede ormai risveglio.
Sento crollare ad una ad una le ginocchia nel corollario di nuvole che vanno, e suda il cielo persino quel meriggio di inedite schiuse e valve bianche, quando su richiesta scrivevi parole senza peso e senza fine; ed è un presente di rose appese, impiccate al contrario mentre altre affinano il colore della cenere, virandolo al pallido sfumare dei fiori di pesco.
E il giallo ha ancora i solchi capillari di spezie arancio, testardi nel riscattare l’indifferenza del dono.
Incurante ne avevi fatto ornamento di superficie, io invece ne ho avuto cuore e le ho stimate eterne fino adesso che, guardandole, carezzo palpebre per sempre addormentate.
Non ci saranno azzurre cromìe su bianchi destrieri, nè medicamento di baci, nessun unguento portentoso a far da balsamo.
Rimane tutto intatto, nella pergamena fragile delle parole dette.
Era altro il tempo dell’attesa dietro siepi di vento e cieli arsi e lontani; rimane qualche notazione amata e il bianco sorprendente dei fiori tra l’asfalto.
Siedo al tramonto che sappiamo, senz’ali addosso, vivo dentro a quel grumo di perchè senza risposta. “
Non era firmata. Non era necessario del resto. Era come se ogni parola trasudasse il suo viso amato, come se ogni virgola contenesse in sé la leggera soavità di una carezza ed ogni punto il peso di uno schiaffo che brucia.
Cadenzò ogni passo, sentì che vacillava il sogno, che era l’ultimo valzer insieme, poi non sarebbe stato più nulla.
Avrebbe potuto sopperire a quella mancanza inutile, raggiungere ogni parola e trasformarla di senso, urlare il sorriso di un ritorno e cadere fra le braccia della loro vita ancora una volta, stavolta per sempre.
Chiuse gli occhi.
Pensò per un lungo istante che la morte migliore coglie all’apice, quando nulla può essere più elevato e perfetto.
Realizzò che l’assenza placa quando è stato pienezza il viaggio.
Gli occhi si posarono su di una fessura, una sottile crepa nella pietra da cui faceva capolino una timida corolla, di un tenue giallo.
Sorrise alla caparbietà delle cose fragili.
Si alzò dalla panca di pietra e tolse le scarpe, colse l’attimo in cui le proibivano – bambina - di camminare scalza; sorridendo proseguì, gustandosi il fresco sentore delle zolle, si ricordò di quando danzava scalza solo per i suoi occhi e si fermò in un punto del giardino in cui al tramonto muore il sole.
Era ancora mattina, ma nulla valeva quel sogno che nessuna luce del vero avrebbe mai tratto in inganno.
“Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio – c’è
un senso di Te…”
A.M. Giugno 2009 ©
Partecipava al torneo di Giugno del FiloRosso, su incipit di G.Faletti : "Talvolta è meglio perdersi sulla strada di un viaggio impossibile piuttosto che non partire mai. Fuori da un Evidente Destino"
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Carmine pigiò sui tasti del telecomando bofonchiando qualcosa; pigramente disteso dentro la sua vestaglia grigiotopo, fissava distrattamente il volto della signorina che, per quanto si affannasse a dimostrare altro, riusciva a mostrare solamente quanto poco servisse l’intelligenza dentro quella scatola rutilante.Imprecò per il volume che non si alzava e decise che , alla fine, andava bene anche così. Rimase sprofondato su quella poltrona che aveva assunto ormai le sue sembianze, come faceva ogni sera dopo le venti e trenta, mentre attendeva che fosse pronto in tavola.
Adele affettava le cipolle come teste sui ceppi della ghigliottina; di tanto in tanto tirava su con il naso. Non si sa bene per cosa piangesse, se andasse in cerca di un alibi per le proprie lacrime o se semplicemente quelle maledette cipolle irritavano irrimediabilmente i suoi occhi.
E gli occhi Adele se li era consumati…li aveva lasciati a poco a poco sul cuscino che stringeva ogni notte, tanto che avevano perso un po’ del loro verde e adesso sembravano appannati, come quando si alita su un vetro.
Aveva tentato di capire dapprima, di trovare l’inghippo, il punto esatto in cui il meccanismo perfetto del suo matrimonio si era inceppato. Poi era seguita la rabbia, una rabbia cieca e sorda, di quelle in grado di mutare i sentimenti piuttosto che gli eventi. Pian piano a tutto si era sostituita la noia…così calma e tranquilla da fare credere che potesse durare per sempre.
Le giornate erano identiche e si srotolavano tra il salotto e la cucina; in camera si arrivava fisiologicamente, vinti dal sonno o dalla stanchezza.
Qualsiasi distrazione era stata archiviata in fretta: troppo impegnativa da mantenere, troppo disdicevole per chi aveva giurato amore eterno.
Adele terminò di massacrare le cipolle e passò alle altre verdure; le sminuzzò con cura e le vomitò sull’olio che sfrigolava già nella padella. Asciugò le mani sul grembiule a fiori che le ornava i fianchi ancora floridi e ingentiliva il nero perenne del vestito e rivolse dunque la sua attenzione ai tocchetti di carne che attendevano su un piatto di raggiungere le verdure.
Dal salotto accanto giunse la voce di Carmine, tanto inequivocabile nella pretesa di una cena che tardava ad arrivare in tavola, quanto debole e poco incisiva.
- “Cosa cazzo ci vuole per poter cenare ad un orario decente in questa casa?” – domandò ad alta voce senza crederci nemmeno lui; incapace di attendere risposta aveva finito per ripiegarsi nell’anonimato della sua vestaglia quasi subito, anche perché sapeva che quella risposta , puntualmente, non sarebbe arrivata.
Adele strinse gli occhi arrossati, afferrò il coltello con cui aveva affettato le cipolle, lo sciacquò con cura sotto il getto d’acqua del rubinetto, lo asciugò e , tenendolo tra le mani, si diresse verso il salotto.
Si fermò sulla soglia, osservò a lungo quell’ambiente rassicurante e familiare dove aveva trascorso quasi tutta la sua vita fino a quel momento, guardò l’uomo seduto in poltrona e per la prima volta non lo riconobbe.
Il silenzio era interrotto solamente dalla signorina che continuava a squittire dentro la scatola magica e dallo sfrigolare del soffritto. Pochi minuti ancora e sarebbe stato pronto per accogliere la carne o per bruciare definitivamente.
Adele sciolse il nodo del grembiule, ripose il coltello nel primo cassetto insieme agli altri utensili e piano chiuse la porta di casa dietro le sue spalle.
Carmine non si accorse nemmeno che sua moglie se n’era andata. Forse, pigro com’era, non si alzò mai più dalla poltrona.
A.M. Maggio 2009©
Era sul FiloRosso "Tema di maggio", scritto per il Circo delle parole rotonde, tornata: -La noia-
tutti i diritti riservati.

Mi veste il fiato il nodo scorsoio delle parole, stamane, che il timido sbocciare dell'estate accenna corolle variopinte persino tra le crepe del sole.
Ho gli occhi ancora in mano, sbadigliano i sogni di stanotte uniformandoli alla luce; si sperdono con l'aria, come il fumo azzurrino della sigaretta.
In bocca mastico il sapore del buio. Eppure sorrido.
Nelle settetrenta di questo mattino quando dall'altra parte del mio ricordo è un'aria sonnolenta e rosa e ogni sagoma sdoppia marmi e bifore ai canali, in speculare canto, ti vedo, scricciolo malfermo sui pensieri.
E vorrei dirti che non basta giorno a dirti grazie e che la grazia stessa di te ha bisogno, non viceversa.
Che il mio sorriso è nulla a ripagarti delle ore spese addosso al mio affannato perdermi e affogare.
Il capo brilla come grano luminescente e vivido nella doratura delle spighe e il tuo sorriso nutre la linfa delle ossa; solo gli occhi restano malinconici, di una malinconia antica e imperscrutabile, inviolata e sacra. Nell'incensiere delle tue mani a coppa bruciano oscuri presagi e maligne ali; nell'aura vestale che ti adorna il passo, così distante dall'odio e dal pulviscolo di cenere, affonda il cerchio che si chiude, concentrico infinito senza fine.
Di te a cornice Rinascimento antico, prezioso di sete e drappi d'Arte.
Stai lì, come se non avessi altro luogo dove andare, morbida in un abbraccio di luce, con le tue perle piccole e perfette a baciarti la fronte.
In rispettosa sindrome, d'amore incomprensibile, io taccio.

Esiste un miracolo nel pudore del verso che tace ed in silenzio opera, ricama, cesella, nutre il candore di un foglio. Parole che altrimenti non hanno diritto d'esistere, che nessun legame giustifica.
Un giorno l'ho incontrata negli occhi e nelle parole, ha preso forma nella consistenza liquida del pianto, cautamente ho raccolto ogni cosa e messo a dimora la preziosità di ogni goccia.
Solo un tributo, chè la poesia arrivi dove non può il silenzio e il disperato amore non consente.
Per te in prestito la voce
che nel silenzio vedovo dimora.
Cauto il passo
per non ferire l'orma di dolore,
che resti intatto
anche il volto trasfigurato al pianto
e quel tuo amore incanti ancora
nello struggente cogliere
il nulla a piene mani
e custodirlo nella dolcezza triste
di ogni petalo di rosa.
A.M. 10 Maggio 2009©


Avevo sognato il mare come unica cornice a questo giorno.
Quel blu profondamente lontano, fraterno nell'increspatura lattea che incorona l'onda.
Sentivo lo sciabordare antico ruminare parole incomprensibili, disattente a quanto si sarebbe dialogato lì davanti.
Avrei visto ieri in consuete movenze, familiare come scena di vita a dipanarsi dietro un vetro sporco di fuliggine amaranto ed io a soffiarvi contro in concentrica enfasi perchè tutto splendesse di vivido arancio e d'azzurro e di sole.
Volevo la tua forza d'allora, qualche volta riemerge chissà come.
La vedo dietro il tuo sorriso appannato, schiusa nell'abbaglio di un attimo che è nettare cui attingere; nel velluto della pelle, liso in alcuni punti, eppure memore di te.
Hai sempre al dito l'edera che ti donai quel giorno, la giri e la rigiri come uno stornello buono, o un 'ti amo' che ripeti quando stai per cedere e le ginocchia non reggono l'affanno.
Scardini l'ossatura del buio quando m'inchiodi a una giostra di frasi che con te non attecchisce e divento stelo d'argine ch'affonda nel limo.
Mi accomodo le giunture, oliandole con un rosso al calice che mai trabocca, dialogo le note che amo in sottofondo al silenzio della sera.
Dal mio studio, poco più che un'oasi barocca, il dettaglio estraneo di una luce appesa al nulla assume nome solo in assonanza...rifugio inaccessibile dove la mia poesia alberga e prende forma.
La mia ineffabile impotenza sui pensieri è altera nella postura nostalgica: se ne sta adagiata nel crepuscolo di un si bemolle, come a mirare l'orizzonte da un molo in autunno.
Sorride al tentativo estremo della gioia nel bel mezzo di un istante che sognava diverso.
E' la mia cura questa stanza, quel disordine cromatico denso di me, il mio spazio privo di materia, sospeso nella notte della Serenissima, un senso dall'etimo sconosciuto agli altri, un accenno schivo nella sua lussuria emotiva.
Fragilità del sistema, quel mio ricordo che non muore.

Distratto
il soffio della cipria
il nido morbido
che accolse anche la luna
e il tuono cupo
e quel tremare timido
tra le pareti del nostro primo bacio.
Istante sulle punte
piana di vento
tra le parole diventate inutili
dove anche l'aria perde il suo peso
ed ogni cosa è nuda
al corallo perfetto e combaciante
che sazia ancora
nel ricordo.
E le mie labbra
confuse come me
nell'omertà del cuore.
A.M. 18 Aprile 2009

~Buona Pasqua~
Di quel tuo tempo
un laccio di poesia
inganno di perla
in prestito al ricordo
A.M. Aprile 2009©
"I dolori leggeri concedono di parlare: i grandi dolori rendono muti. "
(Seneca)

Fragile anche il tempo della tua ira quando bestemmiavi una crepa di sole e di corsa consumavi le scale, scricchiolando assi e scalando bufere, la soffitta ad attendere il buio del pianto, asciutto da sempre da quel numero perfetto e affilato.
Come quando il ciliegio accolse il dardo tra le tue dita e scagliò furente ogni dolore.
Lo stesso adesso, ora che il tutto ha un velo nero, pesante come la distanza tra due ciechi; ora che il nulla ha un corpo, immateriale e svestito, disadorno nel carattere spoglio di una lettera al contrario.
Ora che tutto questo e tutto il resto è cristallizzato negli eventi lontani di un notturno frondoso e aulico, rinchiuso in una boccia all'apparire vuota , eppur per sempre colma di quell'unica lacrima sul mio petto, dentro l'abbraccio stupito dei miei occhi.
Serra di primavera, quel rigoglioso seno ch'offriva il dentro, la vita e tutto quel che avevo al latrato d'anima in catene, un fluire di mani ad orchestrare l'Amore e adesso...nel guanto amaro della solitudine, nel solco avvizzito intorno alle palpebre, incagliato al rumore delle ciglia, rimane il senso antico delle rose, il loro profumo inglese e un giardino intessuto di insopportabile perfezione.
Placa anche i morsi, e le nocche rivestono la pelle, il tempo indifferente: il bisturi incide perfetta nota e la parola 'fine' a quel mio ostinato muovere lo spasmo sul canone inverso; solo le dita soffrono parole in fila, inarginabili e corrotte, nella seduzione inaspettata di un tocco di rosso.
Nello stacco di cuore che s'inarca e tenta di volare...ancora...rimane l'aurora, rimane - in prestito - poesia.
E quelle frasi sparse, ben piccolo mondo con cui balocco il mio dolore stanco, non vivono ormai che l'istante della polvere, sbiadita voce che di me rammenta il tempo delle fragole.

Il freddo giace, asettico tormento, sembra dormire, quieto o morente ormai in sotterranei sogni senza via d'uscita.
Lucernacolo di soffitta, quel tuo sorriso d' amore, speso senza ritorno, disarmante e bambino nel disadorno rosso che screzia e occlude il flauto delle ossa; illusioni distorte fino adesso, quel timido albeggiare delle primule da un letto di tegole bianche e sterpi e rovi a nasconderne il verso al sole.
Briciole e spasmi perduti nell'indifferente universo, turbine nello sbilenco passo, da ubriaco quasi, di anni intorpiditi nella noia, sottovetro, galleggianti in liquami d'abbraccio.
Distorta la saggezza di credere eterno un bacio, la vita a grani roridi e lucenti, nello stacco di dita, in ordine alfabetico.
Stolto l'inverno a credere alla brina, al sempiterno glauco chiarore che ghiaccia il vento in arabeschi d'onda e storce e secca e brucia i rami già stecchiti, in esercizio d'aberrante cattiveria.
Vedi? ... sull'albero il bruno veste già le gemme e i fiori del pesco ingentiliscono di rosa l'artrosi ch'attende il verde nuovo.
L'ultima neve di primavera bagna il tessuto dell'alba; leggiadro un volo d'azzurro sposa la malinconia e dipinge la gioia lasciata al margine, dimenticata in un Monet distante, cullata da studi sull'acqua e pennellate perfette, d'altro tempo.
Sei sempre uguale? Legata per i polsi a un filo d'erba, porti a spasso margherite e viole e tuffi lentiggini antiche in una tazza di cielo che si specchia sul lago.
Bracciali di vergine indifesa ostenti, tinta su tinta, come regina martire di un regno passato. E un po' vorresti non ci fosse traccia di quel tesoro ostile alla saggezza.
Nella velatura traspare un altro cambio di stagione che non sai.

" Curiam, in qua occisus est obstrui placuit Idusque Martias Parricidium nominari, ac ne umquam eo die senatus ageretur " (Svetonio- Vite dei Cesari)
E che mai in quel giorno...
Luna nefasta mostra il vero volto o il probo, che di miele tinga il cuore e strini la parola già dilaniata altrove.
Al più dei giorni manca l'indovina, Calpurnia persino, nel muliebre monito; allora andiamo a naso e pancia incontro al vento, forti di quell'intuito che è celebre spalla d'oro ai lividi, e in altri casi salva.
Grava sull'animo il fardello d'Atlante annegato in un lago fresco di montagna, leggibile ancora per poco, lontano da scorie e detriti.
Resiste un sottobosco d'iride, nudo sotto un timido gemmare di nuvole nuove, picchi imbarazzati di tramontato tiglio svelano l'arcano stagionale alle palpebre gonfie , guscio molle a un letto prosciugato senza appello.
Mi sento crocifissa a un vuoto che graffia via la pelle, preda consapevole di angoli ricamati da aracnidi silenti; nel turbamento del meriggio sorge spontanea quella gardenia che mai fu mia, apro i palmi screziati di bianco...tace persino l'odore antico e resta il silenzio.
Si fa perduta la mente ai piedi di nuove statue mentre cade, impotente, per mano d'Amore e Follia...i passi che ci separarono, inesistenti nel lutto cinico e una speme di sangue rappreso a colorare le dita.
Attraverso la trasparenza del poi riaffiora il pensiero, confuso a quel timido vibrare d'erica e vento, fisso d'eterno, in volo dai moli che percorremmo insieme e distanti, aggrappati a una scialuppa di voce e sale.
D'oltre è adesso il mio sguardo, a rivivermi il senso su una lettiga stinta; nessuno a predire, nessuno a maledire...nessuno ad attendere, nessuno a sperare.
Tra gli alti scranni risuona l'uscio della storia: un battente dimenticato, un pettine di telaio, ossessivo. Senza requie.
Che tutto rimanga così com'era, in un'ombra d'allora che morde.
Guardati dalle Idi di Marzo...

Ch'io ti vesta di sole
o ti dipinga Primavera
emersa breve
tra gelidi fiotti d'inverno
non cambia nulla al tuo sorriso
di cieli aperti e gioia.
Al palmo della mano
schiuso appena
i grani soffici
come luna di marzo
a memoria di sconfinati prati
e gemme d'azzurro
regalano
muta poesia al vento.
A.M. 8 marzo 2009©

Di stelle brevi nessuna punta grave a immacolarmi il cuore. Solo rimane fisso un grumo nuovo, d'amore.
L'assedio è stremato, in cenere disordinate fila di passi felpati, la brace ancora calda soffoca la rivincita del ricordo; alla custodia degli occhi non rimane che un lento morire, l' esiziale assuefarsi alla voce del giorno.
E' notte da bere, tra i tavolini del basso e una finestra in musica, tra code cucite e cerimoniali ubriachi , le mani combaciano le labbra e l'attesa. Sfilo sconosciute strade dall'anello, luci di topazio guizzano veloci, di saetta, sfiorano l'angolo cieco della meraviglia, svoltano e scompaiono, ingoiate da vicoli privati e senza uscita.
Dentro la notte l'ultima immagine, perduta nell'esofago strozzato di lacrime.
Un sorriso breve. L'ultimo.
L'amore, solamente immaginato, abita da allora i miei domani.
XVIII - I

Di draghi scaglie argento
respiri fuoco sacro
spira di luna spoglia dalle foglie il buio
Incanto
pelle del bosco
necromanti ciglia
slacciate
taglienti
offendono di luce tenebra
Legate a dita d'edera
strinano il ghiaccio inverno
sentite punte
docili
di Stella
Invano invoco
pentacoli a me cari
sfoglio di stregati grimori
la chiave sacra del Sovrano saggio.
Eppure
ancora Tu
semplice di magìa
e d'alchimia viandante.
A.M. Gennaio 2009©
Settimane a tema di Rosso Venexiano: dal 25 al 31 Gennaio "Abra Cadabra"

Perchè ti sento, nell'infimo dolore che ha la notte, nello sfrangiarsi del rumore in mille aghi di civetta.
Perchè sei qui, malato senso d'ago, innesto esangue ormai, orma disciolta come neve al sole.
Invano chiudo gli occhi e corteggio radure e valli dove è morta Luce, invano -sento - il languore acuminato di un ginocchio contratto al petto per difendermi dal nulla che ho amato. Cosa infondo?..cosa ormai resta lascito di una veste altezzosa e spartana di quel che reca in cima lettere d'oro e sangue, iniziali dimenticate in fondo al lutto di un bicchiere vuoto.
Sei tu, arcobaleno di peccato, girandola oscura bagnata da lingue di Poesia; tu e un nodo scorsoio che attende la stretta, tu che affabuli di indolenza e di mancate giostre.
Tu che sei me, nell'indorata pillola del giorno, nel deglutire amaro di insolenze, nelle vaghe carrozze appese a cento nuvole, nel traino iracondo delle cattive stelle.
Passaggio a nord-ovest e stretta gola, arsa al cospetto delle lame che solcano l'esofago, rasoi di seta.
Tu mia scrittura, tu mia Musa che non sai, tu mia Poesia di sempre, di ieri e di domani.
Il volto di polvere d'incenso che altri, per ovvio stupido arrogare, confondono a sembianza.
Di nessuno, a immagine.
Mia soltanto nell'argine solitario che calpesta chilometri di pioggia, ricordo solo mio, condiviso davanti a piatti d'anelli, guscio tenero di mais a un verde pallido novembre; sgranata parola in alternanza al guizzo furtivo, alla caccia alla volpe e ad un cane senza criniera ch'io sola ho visto trasformarsi in principe.
E tu di annegate parole in un calice di rossa poesia, annegate per sempre, avvolte in una notte che respira pioggia.
L' Aurora più bella... che mai nutrimmo di parole, tradita per un solco di passi e una manciata di numeri in avanti, attende ancora un posacenere vuotato di perchè.
Lungo la via del Castello in solitaria sortita ti ho incontrata ancora, Poesia; eri lì con i gemelli sbottonati e il bianco abbacinante a scucirti il sorriso. E sempre ti vedrò venirmi incontro,come nell'imbrunire dolce di quel giorno, nel tardo silenzio dei passi scalzi.

In opposizione, un abito alato di nere piume in abbraccio al viscerale bronzo. Dall'altra parte giovine brezza, d'ebbrezza ornato e di lira e danze e canti, da impallidire Marzo.
L'astro dipinse fluente il raggio di una chioma in boccio da spuma marina, e lì ...preziosa perla, fulgido permane il contatto nelle valve di un respiro diurno, quando l'assenza concede.
Oggi è il demone bruno che modella in posa plastica un rovo di cuore, incandescente e livido dentro una morsa di costole.
Dei sette peccati m'invade l'ira, mi divora fino all'ultima goccia e asciutta follia riprende scranno imperioso alla ragione.
Insano il mio pensiero, insano e figlio d'istinto, preda dei più audaci insegnamenti, mai detti e mai taciuti, semplicemente funamboli del silenzio, in alto a traversare ieri su una corda di parole.
Le orme dei cattivi Maestri scopro incise e partorite in nuova veste, nascoste tra la ruggine di cento passi e un volo mai preso.
L'approdo è invisibile quando si è naufraghi e a nulla servono gli imperativi dei poeti in soccorso, rimane fredda e lucida la tensione al distacco quasi che a vincere possa essere la vita dentro, quella che rimane,dentro gli altri, intatta e all'apice nel ricordo.
Al largo di me quel precipizio sul nulla, personale luogo di meditazione prima di ogni spiegare d'ali. Sorgono da opposti poli i due Soli, combacianti e dissonanti, rotolano un fango disperso; con la forza centrifuga di mille aghi, respingono il male d'Amore sulla sabbia di un verso che lì rimane, in solitudine, a carpire un raggio che sia sintomo di Vita.
Ma io, tra mille splendidi soli
ti riconoscerei
per quel tuo viso bagnato di male
per quel tuo cuore ciliegio
che perde le foglie e si spoglia
per sempre distratte le piaghe
nei sette veli che danzano
la tua anima fragile e nuda.
A.M. 2009©

E' nuova primavera
la corolla che sorge dai monti
una cresta di sole sul tetto dell'alba.
Tracima un'allodola d'inverno
schiodando il cielo nero e trascinando
il rosa antico che incipria la rugiada.
Dimenticato è andato via
coi fardelli annodati alla spalla
curvo di disgrazia
tra le braccia lasciando
il talco di un sorriso.
Indosso nuove lune
sul giardino innevato di poesie
allaccio i lembi dell'anima
per non perdere di me il conto.
Come non riconoscerTi
nelle pieghe dolci del respiro
nel vagito del mattino
risveglio da un sogno di pioggia.
A.M. 01 Gennaio 2009 ©

Avrà il tuo volto l'alba, in un pulviscolo demente di giostrai imbellettati e spregiudicate dame, avrà la pace quieta della musica che ascolto dentro al mio silenzio, la neve antica che merletta il letargo del giorno, il fruscìo segreto delle pagine trascorse, il canto del crepuscolo, lo smalto rosso dei graffi sul cuore.
Sara' la luce, domani, azzurra traversa sul letto della notte e il risveglio annegato in un pozzo asciutto, uguale a molto altro tempo ma povero e spoglio di un'unghia di peccato laccata con perizia.
Il mio mosaico attende, mentre prendo le distanze anche dalle parole...attende che attraversi le mie corde; sei ancora in sosta, cattivo presagio d'amore, stolto ritratto mai posseduto davvero.
Sarai, madonna antica al capezzale delle intenzioni, chiostro dolente che cumula materno, universi d'ira e di ingrato viverti.
Accanto nonostante tutto, nonostante il vuoto, nonostante ieri sia d'altro nome pregno.
Vibra le pareti il rossocarico esaltato dal tremare delle candele accese, una vena d'adagio mi riporta ai miei ponti, alla pioggia rappresa negli interstizi del selciato, all'oboe che amo, agli archi pretendenti, al dialogo antico delle note. Il legno racconta la sua storia al damasco delle poltrone addormentate ed io, immersa nei miei diari, sgrano il bello e il cattivo tempo in autoptica indulgenza.
Solleverò la goccia al dialogo muto della prima stella, ignara del transito germano delle altre, nell'ambrato liquido riconoscerò la pelle di un sogno antico ed in silenzio amerò ogni cosa buona che in me ha lasciato.
Il nuovo avrà uno scialle di carezze e gli occhi teneri dell'ultimo Natale.
A te che sei ancora capace di vivere l'emozione
A te che la regali
A te che comprendi il bello di saper dividere ciò che prima era solo tuo
A te che sai sorridere e che mi insegni a sorridere
A Te che sai ancora credere ai sogni...
Buon Natale
Di neve
l'ultimo Natale
prematuro d'esigenza
snoda adesso un crepitìo di battiti
come a bruciare e contorcersi
al caldo di una fiamma buona.
Nell'alba monocorde
un frammento di Te mi danza gli occhi
l'ultima carezza,
mio dono.
Il buio profana intermittente luce
il respiro quieto che il fortepiano esala
requiem al tuo ricordo
annegato chissà dove.
E' un sillabario morto
quel cuore
che ricama palpiti di sole.
A.M. 24 Dicembre 2008©

Crudo il mio spazio
gentile di dolore
guarda in silenzio l’anatomia del buio
smeriglio cieco
tra le crepe del muro e un oracolo di sventura.
Snebbia tra le radure
un granello di sale a bruciare le ferite
incastonato come pietra preziosa
all’ultimo fiato crocifisso in gola.
Nel calice annega invisibile
un crepuscolo antico
e nel profondo
giace nascosta al cuore
la verità delle cose che ho amato.
A.M. 2008©